Dal rapporto tamponi positivi/test sierologici la conferma che il virus è molto più letale per il Sistema Sanitario che per l’individuo

Nei giorni scorsi vi avevo già scritto, nell’articolo: “Covid-19: letale per l’individuo o per il Sistema Sanitario?”, le mie opinioni su quanto sia stata importante la concentrazione spazio-temporale dell’epidemia nel determinare i danni prodotti dal virus Covid 19.

Nel mio articolo avevo citato un articolo recentemente pubblicato in cui è stata presentata una ricerca condotta nella città di Kobe, in Giappone. Il team di ricercatori ha sottoposto 1000 pazienti al test sierologico per la ricerca di anticorpi contro il Covid-19. I risultati hanno mostrato che 33 pazienti, quindi il 3,3% dell’intero campione, presentava gli anticorpi IGg contro il coronavirus, dimostrando quindi di essere stati infettati in precedenza dal virus. I dati giapponesi basati sulla stima dei contagiati in base ai test sierologici dimostravano differenze estremamente elevate tra numero di positivi ai tamponi e numero di contagiati così come valutati dai test sierologici. Stimando, infatti, una prevalenza del 3,3%, il numero di casi nella città di Kobe, che conta circa 1.500.000 abitanti era di 50.100 casi, che rapportato ai 69 casi diagnosticati tramite il tampone, fa si che il rapporto positivi al tampone/positivi al test sierologico era di circa 1/700.

In questi giorni è stata pubblicata su JAMA una lettera dal titolo: “Seroprevalence of SARS-CoV-2-Specific antibodies among adults in Los Angeles Country, California, on April 10-11, 2020” che ha attirato la mia attenzione. In questo documento veniva, infatti, descritta una ricerca di natura epidemiologica condotta nella contea di Los Angeles. In particolare, i ricercatori hanno eseguito il test sierologico per la ricerca di anticorpi IgG o IgM contro il Covid-19 in un campione riscontrando una prevalenza di infezione del 4,65%. Secondo questa stima il numero di contagiati nella Contea di Los Angeles sarebbe di 367.000, contro i 8430 pazienti con tampone positivo; in questo caso, quindi, il rapporto positivi al tampone/positivi al sierologico è di circa 1/40.

Proprio oggi sono usciti i dati riguardo la prevalenza di infezione da Covid-19 nella regione Lazio stimata tramite il test sierologico: questa sarebbe del 2,17%. Considerando che la popolazione attuale nel Lazio è di circa 5.900.000 abitanti, il numero di contagiati sarebbe di circa 127.000. I pazienti positivi al tampone ad oggi sono 7.500, il rapporto positivi al tampone/positivi al sierologico è quindi di circa 1/17

I pazienti risultati positivi al tampone in Italia fino ad oggi sono 226.699; se estrapoliamo a tutta la Nazione il rapporto positivi al tampone/positivi al sierologico di 1/17 riscontrato nel Lazio, moltiplicando 226.699 per 17, i pazienti già contagiati sarebbero 3.853.883, un numero di gran lunga maggiore rispetto ai 226.699 diagnosticati tramite tampone. Sfruttando i dati della California che mostrano rapporto positivi al tampone /positivi al sierologico di 1 a 40, i contagiati sarebbero addirittura poco più di 9 milioni in Italia.

Con il numero reale di pazienti contagiati così calcolato, la letalità del virus (numero di morti/numero di pazienti con infezione) si attesterebbe allo 0,83% assumendo i dati del Lazio e allo 0,35% considerando i dati della California: valori come si vede molto simili a quelli di tante altre infezioni virali molto comuni. Con questi dati spero di avervi aiutato a rimettere nella giusta ottica la reale letalità del virus che si conferma molto più deleteria per il Sistema Sanitario che per l’individuo: con questa consapevolezza penso possiamo vivere questa ripartenza verso la normalità sicuramente con mantenuta responsabilità ma sicuramente con minore angoscia.

Dal calcio e dal modello tedesco indicazioni incoraggianti nella lotta al covid-19.

Oggi pomeriggio mi sono seduto davanti al televisore, curioso di rivedere la ripresa del campionato di calcio tedesco. Si è molto parlato del protocollo tedesco tra necessità di riprendere e sicurezza dei calciatori. Debbo dire che gli stadi vuoti (ma in parte ci eravamo abituati all’inizio dell’epidemia) continuano ad ispirare una relativa tristezza anche perché ci ricordano la realtà che stiamo vivendo.

Tuttavia, sin dalle prime immagini del riscaldamento, della disposizione delle panchine per i non giocatori e per lo staff medico (con mascherina), dell’entrata in campo prima dei giocatori, poi degli arbitri, del rituale della monetina, ho ricevuto una positiva impressione di ordine e di organizzazione.

Successivamente, guardando le immagini del gioco attivo mi è sembrato di riscontrare una maggiore “pulizia” negli interventi e nei contrasti, l’utilizzo più di tecnica e di classe calcistica, che non di furbeschi espedienti di gioco e false sceneggiate. E qui il primo insegnamento dai campi di calcio: sostanza, preparazione, classe, professionalità e non approssimazione, “divismo”, retorica e propaganda.

Ma continuiamo la telecronaca.. molto simpatico e variegato il modo di festeggiare i goal, a volte con un balletto, rigorosamente a distanza, a volte toccandosi il gomito, soltanto raramente abbozzando un abbraccio. Forse le fasi più critiche sono quelle durante i calci d’angolo: qui si assiste in area di rigore ad un certo assembramento e la fatidica distanza di 1 metro non può essere rispettata. Tuttavia, proprio questa condizione fa riflettere sulle variabili ritenute responsabili del contagio virale. Sicuramente lo spazio è fondamentale così come il corretto distanziamento.

Sul problema del distanziamento oggi su La Stampa è uscito un interessante e pungente articolo di Piergiorgio Oddifreddi “l’aritmetica impazzita della fase due” che fa riferimento ai diversi distanziamenti proposti come se il virus fosse un geometra. Nell’articolo, tra l’altro, si passano in rassegna le varie teorie geometrico-spaziali dalla euclidea a quella riemanniana fino alla relatività di Einstein. A parte l’ironia su un argomento molto serio, sicuramente il distanziamento riveste importanza fondamentale nel contrastare il contagio.

Ma proprio vedendo la partita di calcio e il movimento dei giocatori, che tra l’altro si sono ben guardati da trattenute e abbracci fallosi, viene in mente la considerazione di un altro parametro: il tempo. Ritengo questa variabile sia stata sottovalutata: in particolar modo, la durata e i tempi di contatto interpersonale. È vero, la distanza fa la differenza, ma anche il tempo di contatto è fondamentale per la trasmissione del virus. Non a caso i lavori scientifici che hanno analizzato i cluster epidemici hanno sottolineato come la maggior parte dei contagi si sia realizzata in famiglia. Molto meno nei posti di lavoro, tranne che negli ospedali e nelle RSA, senza adeguata protezione.

Pertanto, in un momento in cui il governo e le regioni hanno emanato le regole di riapertura per la fase due, teniamo in considerazione senz’altro la distanza di sicurezza, ma non trascuriamo i tempi di contatto e di vicinanza per responsabilizzarci con buon senso e non cadere nella paranoia geometrico-ragionieristica. Ritornando al calcio secondo il protocollo tedesco, vorrei ricordare che il modello sanitario della Germania sembra funzioni conciliando salute, attraverso un sistema pubblico ben strutturato dal territorio all’ospedale, e ripresa delle attività economico-sociali-sportive sulla base di rigorosa organizzazione e responsabilizzazione consapevole della chimera del rischio zero.

Alla fine di questo pomeriggio calcistico, personalmente ritengo di aver ricevuto una boccata di ossigeno e una sferzata di vitalità. Da scienziato, tuttavia, non posso abbandonarmi a facili entusiasmi. Aspettiamo i dati obiettivi sui risultati di questa ripresa calcistica e sui modelli adottati per poter avanzare considerazioni conclusive. Di certo però i valori in campo oggi sono stati: professionalità, organizzazione, tecnica, rispetto, responsabilizzazione e “pulizia”.

Non pensate sia un bel modo di ripartire?

Covid-19 – Attenzione alle strumentalizzazioni

È apparsa oggi, su Affari Italiani, una intervista di Carlo Patrignani al Prof. Francesco Fedele. Tanti i temi trattati dal Prof. Fedele, che ha un punto fermo:

La salute pubblica, il benessere fisico e mentale delle persone, viene prima di ogni altra cosa: è lo scopo fondamentale del nostro lavoro di medici, la cura delle persone, che richiede, e direi, impone un servizio sanitario pubblico efficiente, una medicina del territorio ben attrezzata ed una ricerca pubblica forte e solida. E’ la lezione amara che ci ha impartito la devastante pandemia scatenata dal virus Sars-Cov-2″.

E’ con questa premessa che il primario di Cardiologia del Policlinico Umberto I° di Roma, Francesco Fedele, si cala nello specifico della malattia Covid 19 generata dal virus che, nonostante i buoni risultati riportati negli ultimi due mesi, pur tuttavia ancora circola.

Vede c’è un vecchio aforisma che recita: la mente è come l’ombrello, funziona meglio quando è aperto. È proprio il momento attacca Fedele – di far tesoro di questo ammonimento. È fondamentale che si apra completamente la mente di tutti: governanti, scienziati, medici, operatori sanitari, imprenditori, cittadini, affinché 1) si riconoscano con onestà intellettuale gli errori e le criticità che hanno contribuito ad aumentare la virulenza del Covid-19; 2) si evitino operazioni di strumentalizzazione; 3) si attuino azioni di riforma e riprogettazione per salvaguardare e potenziare la salute e la cultura, ossia Scuola e Università”.

Lei, dunque, solleva e pone sul tappeto tre questioni che ritiene indispensabili, connesse alla sua premessa: ce le illustri.

“Per quanto riguarda il primo punto, non possiamo non riconoscere che questa pandemia ha messo in evidenza punti deboli del nostro Sistema Sanitario Nazionalea) debolezza dell’assistenza territoriale; b) sproporzione tra strutture pubbliche e strutture private accreditate con predilezione per quest’ultime in alcune realtà regionali; c) carenza di posti letto di rianimazione e associate competenze, strettamente collegato al punto precedente in quanto la sanità privata accreditata non ha interesse nelle rianimazioni; d) scarsità di presidi diagnostici, come tamponi e test sierologici e soprattutto di dispositivi di protezione per il personale sanitario”.

Quindi il secondo punto ancora profondamente inserito nel contesto culturale, politico e sociale.

“In questo momento dobbiamo porre attenzione affinché questa drammatica situazione non sia strumentalizzata dal capitalismo sanitario e dal capitalismo della ricerca – precisa –  Enti privati più agili e meno burocratizzati rispetto a  quelli pubblici possono sfruttare la paura del momento per mettersi in prima linea e alla ribalta, anche mediatica, al fine di drenare risorse e finanziamenti che dovrebbero, al contrario, prediligere il sostegno alla Sanità e alla Ricerca pubblica, sicuramente non profit”. 

E’ come mettere, affondare il bisturi in una ferita tutt’altro che curata e saturata: riguarda forse la fragilissima rete della medicina del territorio?

“Fondamentale è assicurare una articolata e capillare rete assistenziale territoriale che – risponde Fedele – possa permettere non solo la diagnosi ma anche l’assistenza domiciliare dei pazienti meno gravi. In questo specifico ambito possono essere implementate le tecnologie di telemedicina per il controllo a distanza dell’elettrocardiogramma, della pressione arteriosa, della temperatura corporea e della saturazione di ossigeno nel sangue. L’assistenza domiciliare in tele monitoraggio può di certo alleggerire il carico assistenziale ospedaliero permettendo un più mirato impiego degli strumenti terapeutici attualmente a nostra disposizione. Non sono ancora i vaccini, ma se si evita lo tsunami degli accessi ai pronto soccorso, i pazienti ricoverati possono realmente usufruire di risorse diagnostiche e terapeutiche che stanno dimostrando la loro efficacia”. 

L’analisi critica ma altamente propositiva va quindi nello specifico, alla realtà delle cose, dell’attuale status quo…

“Sul versante ospedaliero, vanno potenziati gli ospedali pubblici e non dimentichiamo quelli che, anche se datati come il San Camillo ed il Policlinico Umberto I a Roma, per la loro struttura a padiglioni si adattano perfettamente non solo alla cura dei pazienti infetti Covid-19 ma anche al trattamento delle altre patologie non trasmissibili come quelle oncologiche e cardiovascolari che, comunque, rimangono sempre al primo posto per morbilità e mortalità. Non dimentichiamo e non trascuriamo queste strutture: lo spettro del San Giacomo e del Forlanini ancora aleggia su Roma e rappresenta un monito per i nostri Governanti affinché non adottino provvedimenti legati a logiche semplicisticamente economiche, sostanzialmente miopi nella prospettiva”. 

E’ un fiume in piena, il cardiologo del Policlinico Umberto I° nel difendere il Servizio Sanitario Nazionale, il sistema pubblico…

“Che dire poi dell’Università, che in questo drammatico momento si è contraddistinta per la sua relativa assenza? Essa è la sede della formazione, abbiamo bisogno di medici e di specialisti preparati e all’altezza di situazioni di emergenza quale quella che stiamo vivendo. Vogliamo ripensare alle modalità di reclutamento dei nuovi medici? Il sistema a quiz così come attualmente concepito sicuramente non seleziona accuratamente. E la ricerca? Sono due mesi che vediamo in primo piano istituti di ricerca privati. Ma non dovrebbe essere l’Università la capofila? Non continuiamo a dissanguarla come stiamo facendo da anni. I giovani migliori ci lasciano non solo per l’estero ma anche per trasferirsi in ambienti più remunerativi, sicuramente più profit e meno indipendenti”. 

Insomma, professore Lei coraggiosamente sta proponendo una riforma strutturale del sistema sanitario nazionale messo sotto pressione del privato accreditato perché la salute pubblica viene prima di tutto, prima del profitto?

“Riflettiamo su tutto ciò, apriamo le nostre menti e sfruttiamo di questa pandemia lo stimolo a rimodulare la nostra società, privilegiando i valori fondamentali come la persona umana, la cultura, la salute e il benessere psico-fisico di tutti”.

Nolite timere, Roma non perit!

È appena stato pubblicato il libro fotografico “Nolite timere, Roma non perit 2020. Roma ai tempi del coronavirus – fotografie e testimonianze”, il Cigno edizioni, che riunisce fotografie e testimonianze di Roma ai tempi del coronavirus.

Qui di seguito, la copertine del libro, alcune foto e poi, in chiusura, la testimonianza del Prof. Fedele

La copertina del libro
Una veduta aerea
Castel Sant’Angelo
Piazza Navona

Come anticipato, riportiamo qui di seguito la testimonianza, estratta dal libro, del Prof. Fedele.

Aumento della mobilità e diffusione del Covid 19: un finale non così scontato.

La pandemia provocata dal virus Covid-19 ha stravolto le nostre vite costringendoci a cambiare notevolmente le nostre abitudini.

In seguito al lockdown deciso dal governo italiano ad inizio del mese di Marzo, sono stati vietati gli spostamenti non necessari con una conseguente netta diminuzione della mobilità dei cittadini. Abbiamo visto per giorni città deserte come, forse, non eravamo mai stati abituati prima. Il successo in termini di riduzione della curva dei contagiati è stato senza dubbio molto importante, ma senz’altro molto forte è stato anche l’impatto psicologico ed economico che ha avuto su tutta la popolazione.

Dal 4 maggio è iniziata la cosiddetta Fase 2, con una distensione delle leggi riguardanti gli spostamenti. Abbiamo ripreso ad uscire di casa e a spostarci, anche se ancora con alcune limitazioni. Questo provocherà un nuovo aumento della mobilità dei cittadini, ma che impatto avrà questo sulla diffusione del virus?

E’ recentemente uscita una ricerca dell’“Imperial College London” sull’impatto che questo aumento di mobilità potrà determinare sull’intensità di trasmissione del virus. Il team di ricercatori ha immaginato tre possibili scenari: il primo in cui la mobilità rimane la stessa del periodo della quarantena; un secondo in cui la mobilità torna al 20% del periodo pre-quarantena; un ultimo in cui la mobilità ritorna al 40% dei livelli pre-quarantena. Secondo i ricercatori anche se si dovesse verificare il secondo scenario questo potrebbe causare una nuova crescita dei contagi con un conseguente aumento di decessi, che raggiungerebbero valori molto maggiori di quanto si sia verificato nell’attuale ondata. La situazione sarebbe, ovviamente molto più critica se si dovesse verificare il terzo scenario.

Leggendo questa ricerca sono rimasto molto dubbioso riguardo la sua correttezza, soprattutto per l’approccio relativamente semplicistico e carente di contestualizzazione alla vita reale. I ricercatori hanno infatti fatto stime basate esclusivamente sull’aumento della mobilità senza però considerare come questa si sia modificata alla luce di altre variabili.  La strategia per il contenimento della diffusione del virus è formata da un’insieme di norme e comportamenti, di cui la limitazione della mobilità è solo una piccola parte. Accanto ad essa, infatti, ci sono numerosi altri comportamenti che sono stati entrati nella nostra vita quotidiana, dall’uso delle mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione individuale alla limitazione degli ingressi in luoghi di aggregazione sociale come bar e supermercati. Penso che questi comportamenti siano quanto meno di eguale importanza rispetto alla mobilità nel contrastare la diffusione del virus. Non dobbiamo quindi essere spaventati dall’aumento della mobilità di per sé ma, rimanendo consapevoli dell’importanza dei comportamenti da seguire, vivere questa conquista di maggiore libertà di movimento come una vittoria nella nostra battaglia contro il virus.

Credo che in questo periodo, forse più di altri, sia necessario porre fiducia nella correttezza e intelligenza del popolo italiano per vivere più sereni questa ripartenza aggiungendo consapevolezza e responsabilizzazione agli astratti modelli matematici.

Covid-19: letale per l’individuo o per il Sistema Sanitario?

L’infezione da Covid-19 ha causato in Italia un numero estremamente alto di decessi. Dati epidemiologici tra cui il numero di contagiati e di morti ci vengono continuamente presentati dai media nazionale. Sono numeri che per la loro entità fanno sicuramente impressione e che ci fanno riflettere.

Secondo un recente documento redatto dell’ISTAT in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, la mortalità nel mese di marzo 2020 in Italia, ha presentato una crescita dei decessi del 49,4% rispetto alla media dei decessi dello stesso mese del periodo 2015-2019. In particolare nel periodo che va dal 20 febbraio (data di segnalazione del primo caso italiano di Covid-19) al 31 marzo i decessi passano da 65.592 (media del periodo 2015-2019) a 90.946 del 2020. C’è quindi un eccesso di decessi di 25.534 unità. Nello stesso periodo il numero di morti Covid diagnosticati è 13.710, che rappresentano quindi, il 54% dell’eccesso dei decessi.

Il dato di eccesso di decessi presenta però differenze molto importanti tra regioni diverse.

In Lombardia, ad esempio, il numero di decessi aumenta da 11.1195 a 27.279 presentando quindi un aumento del 186,5%; nel Lazio, invece passa da 5.211 a 5.605 con, quindi, una diminuzione del 8,1%. L’eccesso di morti è quindi di più 16084 in Lombardia ed è addirittura in negativo di meno 394 nel Lazio. Questi elementi dimostrano quanto si modifichi la mortalità legata al virus in base alla regione analizzata.

In un articolo pubblicato sull’ “International Journal of Infectious Disease”, un gruppo di ricercatori italiani ha analizzato l’impatto del virus dell’influenza sull’eccesso di mortalità in Italia in 4 stagioni invernali, dal 2013/14 al 2016/17. L’eccesso di decessi nella stagione 2016/2017, l’ultima analizzata nella ricerca, è stato di 43336 pazienti deceduti, distribuiti in un lasso di tempo di circa quattro mesi. Questo eccesso di mortalità è infatti concentrato dalla 47 settimana alla 17 settimana, quindi più o meno dalla fine del mese di Novembre alla metà del mese di Aprile, circa quattro mesi appunto. Una distribuzione così diffusa nel tempo è stata riscontrata in modo simile nelle altre stagioni analizzate.

Appare subito evidente come i decessi determinati dall’influenza numericamente siano paragonabili a quelle determinati quest’anno in seguito alla epidemia Covid-19. La diversità tra la situazione sanitaria del 2016/2017 rispetto a quella attuale è ascrivibile alle differenze in termini di concentrazione spazio-temporale dell’epidemia.

Ritornando all’eccesso di decessi di 25534 unità, sempre nel medesimo documento redatto da ISTAT e Istituto Superiore di Sanità viene evidenziato il numero di 11824 di morti non attribuibili direttamente al Covid ma spiegabile sostanzialmente attraverso tre motivazioni: ulteriore mortalità associata a Covid 19 e non diagnostica (decessi a cui non è stato eseguito il tampone), mortalità indiretta correlata al Covid (decessi per danno ad altri organi determinato dal virus) e mortalità causata dalla crisi del sistema ospedaliero e dal timore di recarsi in ospedale.

Questa frazione di eccesso di mortalità pertanto può essere sicuramente attribuita allo stress subito dal sistema sanitario nazionale e regionale nel trattamento anche di altre patologie o nel non-trattamento legato sia alla paura del cittadino di accedere alle strutture ospedaliere sia dall’impossibilità di ricezione delle stesse.

Che i dati di letalità del virus siano fortemente condizionati dall’organizzazione sanitaria locale è dimostrato anche dalla diversità riportata tra regione e regione.

Infatti i dati riportati sono i seguenti: in Italia si attesta al 13,8%, 29684 decessi su 214.457 pazienti; in Lombardia è del 18%, 14611 decessi su 79369 pazienti; nel Lazio, infine, è del 7%, 538 decessi su 6995 pazienti.

Su un articolo recentemente pubblicato è stata presenta una ricerca condotta nella città di Kobe, in Giappone. Il team di ricercatori ha sottoposto 1000 pazienti ambulatoriali del loro ospedale, al test sierologico per la ricerca di anticorpi contro il Covid-19. I risultati hanno mostrato che 33 pazienti, quindi il 3,3% dell’intero campione, presentava gli anticorpi IGg contro il coronavirus, dimostrando quindi di essere stati infettati in precedenza dal virus.

I dati giapponesi basati sulla stima dei contagiati in base ai test sierologici dimostrano differenze estremamente elevate tra numero di positivi ai tamponi e numero di contagiati così come valutati dai test sierologici. La letalità del virus calcolata dalla percentuale dei morti sul numero dei contagiati ai test sierologici aumenta notevolmente il denominatore e riduce drasticamente la letalità al di sotto dell’1%. Sappiamo che in Italia sta iniziando una valutazione analoga su un campione che utilizza 150.000 test sierologici al fine di valutare la differenza tra contagiati rilevati con il tampone e contagiati rilevati con i test sierologici. Se anche i nostri dati confermeranno quanto hanno osservato i colleghi giapponesi anche da noi il dato reale di letalità del Covid-19 scenderà a livelli molto bassi, ridimensionando i dati attuali.

Rimettendo nella giusta ottica e prospettiva i dati finora raccolti, l’estremamente alta percentuale di mortalità osservata soprattutto in Lombardia e Piemonte si inserisce quindi anche nella debolezza di un sistema sanitario con criticità nell’assistenza territoriale, nel numero di posti letto in terapia intensiva e nella cattiva gestione delle residenze per anziani.

Anche al nord Italia, pesantemente colpito dell’epidemia, esistono differenze importanti rappresentate dal modello della regione Veneto che grazie ad una organizzazione sanitaria più efficiente è riuscita a gestire meglio l’epidemia con percentuali di mortalità significativamente più contenute.

Riassumendo, la letalità del virus in termini assoluti, considerata nei confronti diretti sui pazienti, non sembrerebbe così drammatica se anche in Italia verranno confermati i dati giapponesi e ridimensionati i dati di mortalità sul numero reale dei contagiati che allo stato attuale non conosciamo con precisione ma che è sicuramente di gran lunga superiore al numero dei pazienti positivi al tampone.

Quello che è certo è che la vera vittima di questo virus è il sistema sanitario e che la sua organizzazione determina in maniera preponderante la sua capacità distruttiva. Per essere più specifici, anche dal confronto con i dati di eccesso di mortalità nel 2016/17 riferita all’epidemia influenzale, ribadiamo che i dati a nostra disposizione di eccesso di mortalità in Italia, e soprattutto in alcune regione come la Lombardia e il Piemonte, sembrano legati non tanto alla letalità del virus di per sè quanto alla sua contagiosità che ha determinato una elevatissima concentrazione spazio-temporale di manifestazioni cliniche nei primi mesi di quest’anno e che ha messo in crisi sistemi sanitari non all’altezza di rispondere, almeno quantitativamente, a questo impatto.

Fase 2: riapertura parziale di tutto fuorché della mente.

Recita un vecchio aforisma: la mente è come l’ombrello, funziona meglio quando è aperto. È proprio il momento di far tesoro di questo ammonimento. È fondamentale che si apra completamente la mente di tutti, governanti, scienziati, medici, operatori sanitari, imprenditori, cittadini, affinché:

  1. Si riconoscano con onestà intellettuale gli errori e le criticità che hanno contribuito ad aumentare la virulenza del COVID-19;
  2. Si evitino operazioni di strumentalizzazione;
  3. Si attuino azioni di riforma e riprogettazione per salvaguardare e potenziare la salute e la cultura (Scuola e Università);

Per quanto riguarda il primo punto, non possiamo non riconoscere che questa pandemia ha messo in evidenza punti deboli del nostro Sistema Sanitario Nazionale che possono essere riassunti nella: a) debolezza dell’assistenza territoriale; b) sproporzione tra strutture pubbliche e strutture private accreditate con predilezione per quest’ultime in alcune realtà regionali; c) carenza di posti letto di rianimazione e associate competenze (strettamente collegato al punto precedente in quanto sicuramente la sanità privata accreditata non ha interesse nelle rianimazioni); d) scarsità di presidi diagnostici (tamponi, test sierologici) e soprattutto di dispositivi di protezione per il personale sanitario.

Per quanto riguarda il secondo punto, prendo spunto da un bellissimo articolo uscito in occasione del 1° maggio sul Fatto quotidiano “Politica e paura: così il capitalismo sfrutta il virus”. Ritengo che in questo momento dobbiamo porre attenzione affinché questa drammatica situazione non sia strumentalizzata dal capitalismo sanitario e dal capitalismo della ricerca. Enti privati più agili e meno burocratizzati rispetto a  quelli pubblici possono sfruttare “la paura del momento” per mettersi in prima linea e alla ribalta, anche mediatica, per drenare risorse e finanziamenti che dovrebbero, al contrario, prediligere il sostegno alla Sanità e alla Ricerca pubblica, sicuramente non profit.

La naturale conseguenza di quanto rimarcato precedentemente riguarda il terzo punto, relativo al potenziamento del nostro Sistema Sanitario e della nostra Università.

Fondamentale è assicurare una articolata e capillare rete assistenziale territoriale che possa permettere non solo la diagnosi ma anche l’assistenza domiciliare dei pazienti meno gravi. In questo specifico ambito possono essere implementate le tecnologie di telemedicina per il controllo a distanza dell’elettrocardiogramma, della pressione arteriosa, della temperatura corporea e della saturazione di ossigeno nel sangue. L’assistenza domiciliare in tele monitoraggio sicuramente può detendere il carico assistenziale ospedaliero permettendo un più mirato impiego degli strumenti terapeutici attualmente a nostra disposizione. Non sono ancora i vaccini, ma se si evita lo tsunami degli accessi ai pronto soccorso, i pazienti ricoverati possono realmente usufruire di risorse diagnostiche e terapeutiche che stanno dimostrando la loro efficacia. Sul versante ospedaliero, potenziamo gli ospedali pubblici e non dimentichiamo quelli che, anche se datati come il San Camillo ed il Policlinico Umberto I a Roma, per la loro struttura a padiglioni si adattano perfettamente non solo alla cura dei pazienti infetti COVID-19 ma anche al trattamento delle altre patologie non trasmissibili come quelle oncologiche e cardiovascolari che, comunque, rimangono sempre al primo posto per morbilità e mortalità. Non dimentichiamo e non trascuriamo queste strutture: lo spettro del San Giacomo e del Forlanini ancora aleggia su Roma e rappresenta un monito per i nostri Governanti affinché non adottino provvedimenti legati a logiche semplicisticamente economiche, sostanzialmente miopi nella prospettiva.

Che dire poi dell’Università, che in questo drammatico momento si è contraddistinta per la sua relativa assenza.  È la sede della formazione, abbiamo bisogno di medici e di specialisti preparati e all’altezza di situazioni di emergenza quale quella che stiamo vivendo. Vogliamo ripensare alle modalità di reclutamento dei nuovi medici? Il sistema a quiz così come attualmente concepito sicuramente non seleziona accuratamente. E la ricerca? Sono due mesi che vediamo in primo piano istituti di ricerca privati. Ma non dovrebbe essere l’Università la capofila? Non continuiamo a dissanguarla come stiamo facendo da anni. I giovani migliori ci lasciano non solo per l’estero ma anche per trasferirsi in ambienti più remunerativi, sicuramente più profit e meno indipendenti.

Riflettiamo su tutto ciò, apriamo le nostre menti e sfruttiamo di questa pandemia lo stimolo a rimodulare la nostra Società privilegiando valori fondamentali come la cultura e la salute.

25 Aprile 2020

Il 25 Aprile si festeggia la Liberazione dal nazi-fascismo. Il mio desiderio è che in occasione del 25 Aprile 2020 si festeggi anche la Liberazione dalla paura, o meglio, dall’angoscia da COVID-19. Basta  con i giornalieri bollettini di guerra sul numero dei morti. Sappiamo bene che quello che registriamo oggi è la fotografia  degli ammalati di più di venti giorni fa. Questi numeri non riflettono la situazione attuale così come non la riflettono il numero dei guariti. Sicuramente più incoraggianti e più vicini all’istantanea del momento sono il numero dei contagiati, il numero dei ricoveri e i pazienti in terapia intensiva. Questi numeri sono incoraggianti e dimostrano che, a fronte del protagonismo mediatico di virologi, epidemiologi, igienisti,  i medici che lavorano sul campo (anestesisti, pneumologi, infettivologi, cardiologi), dopo l’iniziale ondata travolgente di malati, riescono a gestire e a curare meglio i pazienti. Se i ricoveri, anche in terapia intensiva, scendono non è perché il virus è diventato meno aggressivo, ma perché abbiamo cominciato a conoscerlo meglio e a combatterlo meglio, anche in assenza di vaccino.

Il pensiero ai medici, su cui ancora viene riversata tanta retorica (eroi, angeli), si ricollega ad un altro valore che ricordiamo e festeggiamo in questo giorno. La Resistenza. Sì, proprio la resistenza di tutto il personale sanitario che, anche se inizialmente con scarsi presidi protettivi, ha resistito e ha fronteggiato lo tsunami assistenziale. Ma non solo i medici, anche gli italiani stanno resistendo e bene. Mi viene in mente l’immunità di gregge: gli italiani, lungi da comportarsi da pecore, stanno acquisendo la giusta consapevolezza e responsabilizzazione nei confronti delle norme igienico-comportamentali di prevenzione. Se in questa fase 2 ripareremo le falle dimostrate dal virus nel nostro sistema sanitario (trascuratezza della medicina del territorio, ospedalità privata accreditata, carenze organizzative delle RSA) e continueremo a svolgere operazioni culturali e di corretta informazione alla popolazione, la nostra RESISTENZA trionferà, con l’acquisizione della meritata LIBERTÀ  non solo dal virus, ma anche dalla stolta propaganda e dalla nauseante retorica.