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Le nostre previsioni erano esatte: dall’indagine ISTAT sui test sierologici una conferma sulla reale letalità del COVID 19

In questi giorni sono usciti i dati dell’indagine sui test sierologici eseguita dal Ministero della Salute e  dall’ISTAT che ha determinato il livello di sieroprevalenza in Italia dell’infezione da COVID.  Attraverso questi risultati è possibile effettuare una stima del numero totale dei contagiati. I risultati sono sorprendenti, ma non per i miei lettori!

Nei mesi scorsi, infatti, in particolare negli articoli “COVID-19:letale per l’individuo o per il Sistema Sanitario?” e “Dal rapporto tamponi positivi/test sierologici la conferma che il virus è molto più letale per il Sistema Sanitario che per l’individuo”, vi avevo esposto alcune stime secondo le quali il numero dei contagiati era decisamente più elevato rispetto a quello dei pazienti con tampone positivo e, di conseguenza, di come veniva ridimensionata la reale letalità del virus.

L’indagine eseguita dal Ministero della Salute e dell’ISTAT è stata avviata il 25 maggio e ha visto per il momento l’esecuzione di 64.600 prelievi, circa la metà dei 150.000 prelievi previsti su un campione di popolazione eterogeneo per sesso, età ed occupazione con lo scopo di dosare l’eventuale presenza di anticorpi anti-COVID, segno di infezione, attuale o pregressa.

Tramite questa ricerca è strato riscontrato un livello di sieroprevalenza in Italia del 2,5%. Effettuando una stima sulla base di questi valori e considerando una popolazione italiana di 60.300.000, il numero dei soggetti infettati dal virus in Italia sarebbe di 1.500.000, probabilmente sottostimato per la relativa dimensione esigua del campione. Secondo i dati diffusi dalla Protezione Civile, il numero di deceduti in Italia per il virus è di 35.187, la letalità del virus (numero di morti/numero di pazienti con infezione) è quindi del 2,34%, valore nettamente più basso di quello riportato durante il periodo della pandemia.

Simili valori di letalità si riscontrano anche effetuando tale stima per regioni. In Lombardia si attesta al 2,22%: in questa regione infatti il livello stimato di sieroprevalenza del virus è del 7,5%, che determinerebbe un numero di individui infetti pari a 757.500, che rapportato a un numero di 16.829 deceduti porta appunto ad una letalità del 2,22%. Nel Lazio la sieroprevalenza riscontrata è dell’1%, con una stima di 59.000 soggetti infetti, il numero di deceduti nella regione è pari a 865, la letalità stimata è quindi dell’ 1,46%. Infine, nel Veneto, la prevalenza stimata è dell’1,9%, con una stima quindi di 93.300 pazienti infetti, considerando il numero di 2.077 deceduti, la letalità si attesta a 2,22%. Appare quindi evidente come i valori di letalità del virus siano nettamente inferiori ai valori riportati al picco della diffusione del virus, durante il quale venivano riportati valori del 13,8% per l’Italia, del 18% per la Lombardia e del 7% per il Lazio. Questi dati sono quindi una conferma in più di quanto avevamo già espresso nei precedenti articoli; in particolare evidenziano come gli elevati valori di letalità riscontrati durante il picco dell’epidemia siano stati determinati da un lato dalla elevata concentrazione spazio-temporale dell’epidemia e dall’altra dalla inadeguatezza del nostro Sistema Sanitario che, soprattutto in alcune regioni, non si è rivelato pronto a gestire un numero così elevato di malati.

Si apre tutto fuorché la mente

Vi ricordate all’inizio della fase 2 quando in concomitanza con le aperture parziali sottolineavamo la necessità di aprire completamente la mente?

La situazione attuale con la riapertura totale di tutte le regioni non sembra rispondere a criteri quantomeno di ragionevolezza e buon senso. I dati a disposizione, infatti, anche se non perfettamente precisi e completi dimostrano differenze significative sull’entità dei contagi nelle varie regioni italiane con situazioni di criticità rappresentate dalla Lombardia, Piemonte e Liguria. Perché non posticipare la riapertura di queste tre regioni aspettando che i dati diventino più omogenei rispetto a quelli del resto d’Italia con regioni in cui si stanno osservando contagi pressoché azzerati?

Ricordiamo quello che è successo l’8-9 marzo quando prima di “Lombardizzare l’Italia” la fuga di notizie sul DPCM aveva provocato una transmigrazione dalla Lombardia alle regioni del centro-sud provocando sicuramente una diffusione dei contagi che, grazie all’organizzazione sanitaria del centro-sud e alla responsabilizzazione dei suoi abitanti, non è sfociata in un aumento incontrollato dei contagi.

Le disposizioni di apertura totale a livello regionale confliggono metodologicamente con quanto invece stiamo osservando nel mondo del calcio. Anche qui per fortuna si ricomincia ma con delle regole e protocolli che rischiano di far richiudere tutto in tempi molto brevi. Le regole in questo settore sono molto rigide: tamponi per i giocatori ogni 4 giorni e test sierologici ogni 14 giorni. E su questo, anche se estremamente fastidioso per i calciatori, possiamo essere d’accordo. Ma che dire della quarantena di tutto lo staff e di tutta la squadra se solo un giocatore risulta positivo? A differenza di quanto prevede il protocollo tedesco che non coinvolge nella quarantena tutta la squadra e tutto lo staff, con risultati a tre settimane dalla riapertura della Bundesliga del tutto soddisfacenti.

Così si rischia di riaprire per richiudere subito dopo. Spero di aver sottolineato come nelle decisioni governative ci si una certa incoerenza e come siano difficilmente decifrabili i rapporti governo comitato tecnico-scientifico.

Se ci sono i dati relativi all’entità del contagio nelle diverse regioni e anche quelli relativi alle esperienze di protocolli sanitari impiegati con successo in altre nazioni (vedi Germania e Svezia) non si comprende come da una parte si applichino criteri relativamente permissivi (vedi situazione interregionale italiana) e dall’altra criteri estremamente restrittivi (vedi protocolli per la riapertura delle competizioni calcistiche).

Sicuramente non sono un virologo, non sono un epidemiologo, sono soltanto un cardiologo con tanti anni di medicina alle spalle per la cura dei malati e per l’insegnamento universitario che ha sempre utilizzato oltre al rigore scientifico anche ragionevolezza e buonsenso (quest’ultimo solo un gradino al di sotto della scienza, come diceva il mio maestro). Speriamo veramente che al contagio del Covid-19 non si aggiunga il contagio dell’irrazionalità e del compromesso a tutti i costi.

Non necessariamente il lockdown come arma contro la diffusione del virus: il caso della Svezia!

Questo articolo integra il video dal titolo “Dal mondo del calcio ancora indicazioni importanti per la ripresa e la lotta al covid-19 inserito sabato pomeriggio nel blog e ne approfondisce alcuni aspetti soprattutto per quanto riguarda la lettura critica dei dati sulla pandemia COVID-19 in Svezia.

Negli ultimi due mesi e mezzo tutti noi abbiamo dovuto rispettare numerose regole con importanti limitazioni alla nostra libertà. Questo insieme di regole ha determinato quello che ha assunto il diffuso termine di lockdown. Questo è stato adottato, con alcune differenze, da molti stati europei ma non da tutti. In particolare, uno degli stati che ha imposto meno regole di confinamento ai propri abitanti è la Svezia.

In questi giorni ho letto diverse notizie sui giornali secondo cui la Svezia sarebbe attualmente lo stato europeo con il più alto numero di morti pro capite. Incuriosito da questi articoli sono andato a studiarmi un po’ meglio i dati e quello che ho scoperto è che le cose non sono proprio come vengono dette sui giornali.

Sono, quindi, andato a vedere il numero di contagiati e di morti per gli stati europei. Lo stato europeo con il più alto numero di casi confermati è il Regno Unito con 252.246 casi, seguono poi la Spagna con 233.037 e l’Italia con 228.006; la Svezia ha 32.172 casi confermati. Considerando la differenza in termini di grandezza e numero di abitanti di questi paesi, il valore assoluto ha sicuramente un’importanza relativa. Ho quindi, rapportato il numero di casi con il numero di abitanti di ogni paese, ricavandomi così il numero di casi per milione di abitanti, i dati sono i seguenti: Spagna 4,988 casi per milione, Italia 3,773, Regno Unito 3,716, Svezia 3,186. Si può facilmente notare come quindi la Svezia presenta valori più bassi rispetto agli altri paesi.

Per quanto riguarda il numero di decessi: il Regno Unito registra 36.124 morti, seguono l’Italia con 32.486 e la Spagna con 27.940; la Svezia ha avuto 3.871 decessi. Ho rapportato anche qui il numero di decessi per il numero di abitanti riscontrando questi valori: Spagna 598 decessi per milioni di abitanti, Italia 538, Regno Unito 532 e Svezia 383. La Svezia presenta, quindi, un numero di morti per milione di abitanti decisamente più basso rispetto a quello di altri paesi europei.

Questi dati smentiscono quindi in maniera inequivocabile quanto letto e sentito negli ultimi giorni su diversi media, rammentandoci ancora una volta di quanto spesso siamo vittime di una cattiva informazione.

In Svezia il governo svedese non ha imposto nessun lockdown ma ha basato la lotta alla diffusione del coronavirus attraverso un’importante comunicazione alla popolazione per trasmettere la necessità di evitare determinati comportamenti per limitare la diffusione del virus. Strategia che, basandoci sui dati sopra citati, ha funzionato.

Non voglio sostenere che il lockdown che abbiamo fatto in Italia non sia stato importante nel controllare la diffusione del virus, ma penso sia necessario sottolineare la notevole importanza di un corretto comportamento personale per limitare la diffusione del virus. Penso che quindi sarà la nostra capacità di rispettare questi comportamenti, facendo un importante gioco di squadra, la vera arma per battere definitivamente il Covid.

Dal rapporto tamponi positivi/test sierologici la conferma che il virus è molto più letale per il Sistema Sanitario che per l’individuo

Nei giorni scorsi vi avevo già scritto, nell’articolo: “Covid-19: letale per l’individuo o per il Sistema Sanitario?”, le mie opinioni su quanto sia stata importante la concentrazione spazio-temporale dell’epidemia nel determinare i danni prodotti dal virus Covid 19.

Nel mio articolo avevo citato un articolo recentemente pubblicato in cui è stata presentata una ricerca condotta nella città di Kobe, in Giappone. Il team di ricercatori ha sottoposto 1000 pazienti al test sierologico per la ricerca di anticorpi contro il Covid-19. I risultati hanno mostrato che 33 pazienti, quindi il 3,3% dell’intero campione, presentava gli anticorpi IGg contro il coronavirus, dimostrando quindi di essere stati infettati in precedenza dal virus. I dati giapponesi basati sulla stima dei contagiati in base ai test sierologici dimostravano differenze estremamente elevate tra numero di positivi ai tamponi e numero di contagiati così come valutati dai test sierologici. Stimando, infatti, una prevalenza del 3,3%, il numero di casi nella città di Kobe, che conta circa 1.500.000 abitanti era di 50.100 casi, che rapportato ai 69 casi diagnosticati tramite il tampone, fa si che il rapporto positivi al tampone/positivi al test sierologico era di circa 1/700.

In questi giorni è stata pubblicata su JAMA una lettera dal titolo: “Seroprevalence of SARS-CoV-2-Specific antibodies among adults in Los Angeles Country, California, on April 10-11, 2020” che ha attirato la mia attenzione. In questo documento veniva, infatti, descritta una ricerca di natura epidemiologica condotta nella contea di Los Angeles. In particolare, i ricercatori hanno eseguito il test sierologico per la ricerca di anticorpi IgG o IgM contro il Covid-19 in un campione riscontrando una prevalenza di infezione del 4,65%. Secondo questa stima il numero di contagiati nella Contea di Los Angeles sarebbe di 367.000, contro i 8430 pazienti con tampone positivo; in questo caso, quindi, il rapporto positivi al tampone/positivi al sierologico è di circa 1/40.

Proprio oggi sono usciti i dati riguardo la prevalenza di infezione da Covid-19 nella regione Lazio stimata tramite il test sierologico: questa sarebbe del 2,17%. Considerando che la popolazione attuale nel Lazio è di circa 5.900.000 abitanti, il numero di contagiati sarebbe di circa 127.000. I pazienti positivi al tampone ad oggi sono 7.500, il rapporto positivi al tampone/positivi al sierologico è quindi di circa 1/17

I pazienti risultati positivi al tampone in Italia fino ad oggi sono 226.699; se estrapoliamo a tutta la Nazione il rapporto positivi al tampone/positivi al sierologico di 1/17 riscontrato nel Lazio, moltiplicando 226.699 per 17, i pazienti già contagiati sarebbero 3.853.883, un numero di gran lunga maggiore rispetto ai 226.699 diagnosticati tramite tampone. Sfruttando i dati della California che mostrano rapporto positivi al tampone /positivi al sierologico di 1 a 40, i contagiati sarebbero addirittura poco più di 9 milioni in Italia.

Con il numero reale di pazienti contagiati così calcolato, la letalità del virus (numero di morti/numero di pazienti con infezione) si attesterebbe allo 0,83% assumendo i dati del Lazio e allo 0,35% considerando i dati della California: valori come si vede molto simili a quelli di tante altre infezioni virali molto comuni. Con questi dati spero di avervi aiutato a rimettere nella giusta ottica la reale letalità del virus che si conferma molto più deleteria per il Sistema Sanitario che per l’individuo: con questa consapevolezza penso possiamo vivere questa ripartenza verso la normalità sicuramente con mantenuta responsabilità ma sicuramente con minore angoscia.

Dal calcio e dal modello tedesco indicazioni incoraggianti nella lotta al covid-19.

Oggi pomeriggio mi sono seduto davanti al televisore, curioso di rivedere la ripresa del campionato di calcio tedesco. Si è molto parlato del protocollo tedesco tra necessità di riprendere e sicurezza dei calciatori. Debbo dire che gli stadi vuoti (ma in parte ci eravamo abituati all’inizio dell’epidemia) continuano ad ispirare una relativa tristezza anche perché ci ricordano la realtà che stiamo vivendo.

Tuttavia, sin dalle prime immagini del riscaldamento, della disposizione delle panchine per i non giocatori e per lo staff medico (con mascherina), dell’entrata in campo prima dei giocatori, poi degli arbitri, del rituale della monetina, ho ricevuto una positiva impressione di ordine e di organizzazione.

Successivamente, guardando le immagini del gioco attivo mi è sembrato di riscontrare una maggiore “pulizia” negli interventi e nei contrasti, l’utilizzo più di tecnica e di classe calcistica, che non di furbeschi espedienti di gioco e false sceneggiate. E qui il primo insegnamento dai campi di calcio: sostanza, preparazione, classe, professionalità e non approssimazione, “divismo”, retorica e propaganda.

Ma continuiamo la telecronaca.. molto simpatico e variegato il modo di festeggiare i goal, a volte con un balletto, rigorosamente a distanza, a volte toccandosi il gomito, soltanto raramente abbozzando un abbraccio. Forse le fasi più critiche sono quelle durante i calci d’angolo: qui si assiste in area di rigore ad un certo assembramento e la fatidica distanza di 1 metro non può essere rispettata. Tuttavia, proprio questa condizione fa riflettere sulle variabili ritenute responsabili del contagio virale. Sicuramente lo spazio è fondamentale così come il corretto distanziamento.

Sul problema del distanziamento oggi su La Stampa è uscito un interessante e pungente articolo di Piergiorgio Oddifreddi “l’aritmetica impazzita della fase due” che fa riferimento ai diversi distanziamenti proposti come se il virus fosse un geometra. Nell’articolo, tra l’altro, si passano in rassegna le varie teorie geometrico-spaziali dalla euclidea a quella riemanniana fino alla relatività di Einstein. A parte l’ironia su un argomento molto serio, sicuramente il distanziamento riveste importanza fondamentale nel contrastare il contagio.

Ma proprio vedendo la partita di calcio e il movimento dei giocatori, che tra l’altro si sono ben guardati da trattenute e abbracci fallosi, viene in mente la considerazione di un altro parametro: il tempo. Ritengo questa variabile sia stata sottovalutata: in particolar modo, la durata e i tempi di contatto interpersonale. È vero, la distanza fa la differenza, ma anche il tempo di contatto è fondamentale per la trasmissione del virus. Non a caso i lavori scientifici che hanno analizzato i cluster epidemici hanno sottolineato come la maggior parte dei contagi si sia realizzata in famiglia. Molto meno nei posti di lavoro, tranne che negli ospedali e nelle RSA, senza adeguata protezione.

Pertanto, in un momento in cui il governo e le regioni hanno emanato le regole di riapertura per la fase due, teniamo in considerazione senz’altro la distanza di sicurezza, ma non trascuriamo i tempi di contatto e di vicinanza per responsabilizzarci con buon senso e non cadere nella paranoia geometrico-ragionieristica. Ritornando al calcio secondo il protocollo tedesco, vorrei ricordare che il modello sanitario della Germania sembra funzioni conciliando salute, attraverso un sistema pubblico ben strutturato dal territorio all’ospedale, e ripresa delle attività economico-sociali-sportive sulla base di rigorosa organizzazione e responsabilizzazione consapevole della chimera del rischio zero.

Alla fine di questo pomeriggio calcistico, personalmente ritengo di aver ricevuto una boccata di ossigeno e una sferzata di vitalità. Da scienziato, tuttavia, non posso abbandonarmi a facili entusiasmi. Aspettiamo i dati obiettivi sui risultati di questa ripresa calcistica e sui modelli adottati per poter avanzare considerazioni conclusive. Di certo però i valori in campo oggi sono stati: professionalità, organizzazione, tecnica, rispetto, responsabilizzazione e “pulizia”.

Non pensate sia un bel modo di ripartire?

Covid-19 – Attenzione alle strumentalizzazioni

È apparsa oggi, su Affari Italiani, una intervista di Carlo Patrignani al Prof. Francesco Fedele. Tanti i temi trattati dal Prof. Fedele, che ha un punto fermo:

La salute pubblica, il benessere fisico e mentale delle persone, viene prima di ogni altra cosa: è lo scopo fondamentale del nostro lavoro di medici, la cura delle persone, che richiede, e direi, impone un servizio sanitario pubblico efficiente, una medicina del territorio ben attrezzata ed una ricerca pubblica forte e solida. E’ la lezione amara che ci ha impartito la devastante pandemia scatenata dal virus Sars-Cov-2″.

E’ con questa premessa che il primario di Cardiologia del Policlinico Umberto I° di Roma, Francesco Fedele, si cala nello specifico della malattia Covid 19 generata dal virus che, nonostante i buoni risultati riportati negli ultimi due mesi, pur tuttavia ancora circola.

Vede c’è un vecchio aforisma che recita: la mente è come l’ombrello, funziona meglio quando è aperto. È proprio il momento attacca Fedele – di far tesoro di questo ammonimento. È fondamentale che si apra completamente la mente di tutti: governanti, scienziati, medici, operatori sanitari, imprenditori, cittadini, affinché 1) si riconoscano con onestà intellettuale gli errori e le criticità che hanno contribuito ad aumentare la virulenza del Covid-19; 2) si evitino operazioni di strumentalizzazione; 3) si attuino azioni di riforma e riprogettazione per salvaguardare e potenziare la salute e la cultura, ossia Scuola e Università”.

Lei, dunque, solleva e pone sul tappeto tre questioni che ritiene indispensabili, connesse alla sua premessa: ce le illustri.

“Per quanto riguarda il primo punto, non possiamo non riconoscere che questa pandemia ha messo in evidenza punti deboli del nostro Sistema Sanitario Nazionalea) debolezza dell’assistenza territoriale; b) sproporzione tra strutture pubbliche e strutture private accreditate con predilezione per quest’ultime in alcune realtà regionali; c) carenza di posti letto di rianimazione e associate competenze, strettamente collegato al punto precedente in quanto la sanità privata accreditata non ha interesse nelle rianimazioni; d) scarsità di presidi diagnostici, come tamponi e test sierologici e soprattutto di dispositivi di protezione per il personale sanitario”.

Quindi il secondo punto ancora profondamente inserito nel contesto culturale, politico e sociale.

“In questo momento dobbiamo porre attenzione affinché questa drammatica situazione non sia strumentalizzata dal capitalismo sanitario e dal capitalismo della ricerca – precisa –  Enti privati più agili e meno burocratizzati rispetto a  quelli pubblici possono sfruttare la paura del momento per mettersi in prima linea e alla ribalta, anche mediatica, al fine di drenare risorse e finanziamenti che dovrebbero, al contrario, prediligere il sostegno alla Sanità e alla Ricerca pubblica, sicuramente non profit”. 

E’ come mettere, affondare il bisturi in una ferita tutt’altro che curata e saturata: riguarda forse la fragilissima rete della medicina del territorio?

“Fondamentale è assicurare una articolata e capillare rete assistenziale territoriale che – risponde Fedele – possa permettere non solo la diagnosi ma anche l’assistenza domiciliare dei pazienti meno gravi. In questo specifico ambito possono essere implementate le tecnologie di telemedicina per il controllo a distanza dell’elettrocardiogramma, della pressione arteriosa, della temperatura corporea e della saturazione di ossigeno nel sangue. L’assistenza domiciliare in tele monitoraggio può di certo alleggerire il carico assistenziale ospedaliero permettendo un più mirato impiego degli strumenti terapeutici attualmente a nostra disposizione. Non sono ancora i vaccini, ma se si evita lo tsunami degli accessi ai pronto soccorso, i pazienti ricoverati possono realmente usufruire di risorse diagnostiche e terapeutiche che stanno dimostrando la loro efficacia”. 

L’analisi critica ma altamente propositiva va quindi nello specifico, alla realtà delle cose, dell’attuale status quo…

“Sul versante ospedaliero, vanno potenziati gli ospedali pubblici e non dimentichiamo quelli che, anche se datati come il San Camillo ed il Policlinico Umberto I a Roma, per la loro struttura a padiglioni si adattano perfettamente non solo alla cura dei pazienti infetti Covid-19 ma anche al trattamento delle altre patologie non trasmissibili come quelle oncologiche e cardiovascolari che, comunque, rimangono sempre al primo posto per morbilità e mortalità. Non dimentichiamo e non trascuriamo queste strutture: lo spettro del San Giacomo e del Forlanini ancora aleggia su Roma e rappresenta un monito per i nostri Governanti affinché non adottino provvedimenti legati a logiche semplicisticamente economiche, sostanzialmente miopi nella prospettiva”. 

E’ un fiume in piena, il cardiologo del Policlinico Umberto I° nel difendere il Servizio Sanitario Nazionale, il sistema pubblico…

“Che dire poi dell’Università, che in questo drammatico momento si è contraddistinta per la sua relativa assenza? Essa è la sede della formazione, abbiamo bisogno di medici e di specialisti preparati e all’altezza di situazioni di emergenza quale quella che stiamo vivendo. Vogliamo ripensare alle modalità di reclutamento dei nuovi medici? Il sistema a quiz così come attualmente concepito sicuramente non seleziona accuratamente. E la ricerca? Sono due mesi che vediamo in primo piano istituti di ricerca privati. Ma non dovrebbe essere l’Università la capofila? Non continuiamo a dissanguarla come stiamo facendo da anni. I giovani migliori ci lasciano non solo per l’estero ma anche per trasferirsi in ambienti più remunerativi, sicuramente più profit e meno indipendenti”. 

Insomma, professore Lei coraggiosamente sta proponendo una riforma strutturale del sistema sanitario nazionale messo sotto pressione del privato accreditato perché la salute pubblica viene prima di tutto, prima del profitto?

“Riflettiamo su tutto ciò, apriamo le nostre menti e sfruttiamo di questa pandemia lo stimolo a rimodulare la nostra società, privilegiando i valori fondamentali come la persona umana, la cultura, la salute e il benessere psico-fisico di tutti”.

Nolite timere, Roma non perit!

È appena stato pubblicato il libro fotografico “Nolite timere, Roma non perit 2020. Roma ai tempi del coronavirus – fotografie e testimonianze”, il Cigno edizioni, che riunisce fotografie e testimonianze di Roma ai tempi del coronavirus.

Qui di seguito, la copertine del libro, alcune foto e poi, in chiusura, la testimonianza del Prof. Fedele

La copertina del libro
Una veduta aerea
Castel Sant’Angelo
Piazza Navona

Come anticipato, riportiamo qui di seguito la testimonianza, estratta dal libro, del Prof. Fedele.