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Il Maestro Riccardo Muti

Filmato realizzato in occasione della serata di beneficenza dal titolo “I RITMI DEL CUORE”, che si è tenuta domenica 15 dicembre 2013 alle ore 21.00 nella suggestiva cornice del Teatro Nazionale – Via del Viminale 51, Roma.
Locandina della serata di beneficenza

Riflessioni sul “patto trasversale per la scienza”

Notizia recentissima è il “patto per la scienza” elaborato dal professor Roberto Burioni e dal professor Guido Silvestri, e sottoscritto da Matteo Renzi e Beppe Grillo, prevalentemente incentrato sulla lotta alla pseudo-scienza e/o alla pseudo-medicina. Ivan Cavicchi, docente di sociologia delle professioni sanitarie e filosofia della medicina presso l’Università di Tor Vergata, ha fatto riferimento al “truismo”, che definisce qualsiasi verità e valore ovvio e indiscutibile di cui appare superflua ogni spiegazione, per descrivere il contenuto di questo patto trasversale. Debbo dire che anch’io, leggendo i cinque punti del patto per la scienza, ho pensato ad una “tautologia” che in logica definisce una affermazione vera per definizione, quindi fondamentalmente irrilevante da un punto di vista informativo. A parte queste due impressioni relative al patto sulla scienza suscitate in due professori universitari di discipline differenti, desidero esprimere la condivisione con l’atteggiamento di Ivan Cavicchi che ribadisce l’importanza non tanto di un patto per la scienza ma piuttosto di un patto sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla.

Fondamentali integrazioni al patto già sottoscritto ritengo siano:

  • l’impegno delle forze politiche rivolto a favorire il dialogo tra scienza e società;
  • la consapevolezza che le evidenze scientifiche non sono solo quelle statistiche ma anche quelle esperienziali e pragmatiche. Evidenza non significa verità (se ci affidassimo esclusivamente all’evidenza, per esempio, del percorso del sole dall’alba al tramonto ancora continueremmo ad affermare che è il sole che gira attorno alla terra): tutte le evidenze di qualsiasi tipo devono essere garantite da risultati verificabili e sono da classificare come vere solo se funzionano;
  • l’impegno all’implementazione di programmi capillari di informazione sulla scienza non deve essere soltanto per la popolazione ma con la popolazione a partire dalla scuola dell’obbligo e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità.

Come professori universitari dobbiamo fare una riflessione per non continuare a rimanere segregati nella nostra “torre d’avorio” con atteggiamenti autoritari che possono minare pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina.

Sono fermamente convinto, e questo blog ne è la dimostrazione, che sempre più dobbiamo interagire con la popolazione con grande umiltà e attraverso una corretta e capillare informazione al fine di elevare il livello culturale medio fornendo adeguati strumenti per una appropriata valutazione critica e per riposizionare la scienza come conoscenza al servizio dell’umanità.

La verità sugli specializzandi negli ospedali

Recentemente sulla stampa è uscito un articolo dal titolo: “Corte costituzionale, via libera agli specializzandi negli ospedali”. L’articolo si riferisce ad una sentenza della corte costituzionale che avrebbe respinto il ricorso del governo Gentiloni contro l’articolo 34 della legge regionale 33 del 2017 che introduceva la possibilità per gli specializzandi di partecipare alle attività assistenziali negli ospedali. Così come presentata, la notizia sembrerebbe indicare che gli specializzandi possono autonomamente svolgere l’attività assistenziale negli ospedali alla fine del loro percorso formativo. Le cose però non stanno così, perché se si legge bene sia l’articolo 34 della legge regionale sia la motivazione della sentenza depositata dalla corte costituzionale si evince che i giudici hanno dichiarato non fondata la questione di legittimità, in quanto la disposizione impugnata “non prescinderebbe affatto dalle direttive del formatore e neppure determinerebbe una piena autonomia dello specializzando, atteso che lo stesso potrebbe svolgere autonomamente solo quegli specifici compiti che gli sono stati affidati”, evidentemente dal tutore e dalla Scuola, come chiarito al comma tre dell’articolo 34.

Come si vede, quindi, il titolo della notizia è fuorviante: infatti la legge regionale chiarifica quali sono i compiti dello specializzando e le modalità della sua partecipazione all’assistenza senza stravolgere le attuali disposizioni in tema di attività formativa dello specializzando durante il periodo di formazione specialistica. Chi scrive, in base alla normativa vigente, ha attuato presso la Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’Università Sapienza di Roma una rete formativa che prevede anche strutture ospedaliere in cui gli specializzandi svolgono, sempre sotto tutoraggio, le attività professionalizzanti previste per il conseguimento della specializzazione. Il sottoscritto crede fermamente che lo specializzando durante il periodo di formazione non debba essere impiegato in attività assistenziali autonome al fine di colmare le carenze di personale strutturato ospedaliero. La formazione è formazione mentre l’attività lavorativa è un’altra cosa. Dal momento che in svariate occasioni si è parlato di inserire lo specializzando agli ultimi anni di corso nella attività assistenziale ordinaria, ritengo che il periodo di formazione debba essere preservato da incombenze lavorative esclusivamente assistenziali dal momento che il periodo formativo richiede il completamento di tutte le attività professionalizzanti necessarie per il raggiungimento della specializzazione senza turbative legate alla mera attività assistenziale.

Sempre in tema di specializzandi, con piacere lo stetoscopio parlante rileva che nella legge di bilancio recentemente approvata vi sia una parte dedicata agli specializzandi sia per quanto riguarda l’aumento delle borse di specializzazione sia per quanto riguarda la possibilità da parte degli specializzandi all’ultimo anno di partecipare a concorsi presso strutture pubbliche ospedaliere con la prospettiva di poter essere inseriti in graduatorie dedicate e eventualmente, assorbiti nell’organico strutturato alla fine della scuola di specializzazione allorquando la graduatoria degli specialisti partecipanti al concorso si sia esaurita.

Vero e Falso: il dolore toracico è sempre dovuto ad un problema cardiaco?

No, per fortuna il dolore toracico non è sempre manifestazione di una patologia cardiaca, però a fronte di un dolore toracico la prima cosa che va esclusa è la patologia cardiaca, perché la patologia cardiaca sia a livello cardiovascolare, sia a livello del cuore (vedi sindrome coronarica acuta) sia a livello dell’aorta (vedi aneurisma dissecante) è una patologia che mette in pericolo la vira del paziente, quindi deve essere intercettata in maniera prioritaria.

Poi ci sono tantissime altre cause di dolore toracico, naturalmente legato a tutti gli organi che ci sono nel torace, quindi può essere legato alla pleura, al polmone, all’esofago, alle costole, ai muscoli intercostali, però va sempre esclusa l’origine cardiovascolare del dolore.

Una cosa abbastanza tranquillizzante è che se un dolore toracico si modifica con la posizione, con i movimenti, questo tende ad escludere l’origine cardiovascolare, perchè l’origine cardiovascolare del dolore non si modifica con il movimento, può modificarsi con gli atti respiratori se coinvolge il pericardio cioè la membrana che avvolge il cuore ma se assumendo posizioni diverse il dolore passa si tende ad escludere l’origine cardiovascolare e nel dubbio recarsi al pronto soccorso soprattutto se è di una certa intensità.

Altrettanto importante è non sottovalutare dolori che non sono toracici perché possono essere cardiaci come ad esempio la difficoltà digestiva o bruciore a livello dello stomaco che ricorda una patologia gastroenterica ma può essere legata ad una patologia cardiaca e se il senso di peso allo stomaco si accompagna con dei sintomi neurovegetativi come sudorazione fredda o cardiopalmo, e se c’è anche una brusco abbassamento della frequenza cardiaca (da 70/75 a 50/45) allora il malessere può essere un campanello d’allarme che testimonia che non ci si trova in presenza di un dolore gastroenterico ma di un problema cardiaco.